Il ricercatore è un dis-adattato: di come la conoscenza ostacoli l’adattamento

Grazie alla capacità che permette di riconoscere semplici similitudini e uguaglianze tra oggetti e fenomeni, la specie umana ha avuto più possibilità di adattamento.

Oggi però storciamo il naso: noi, specie se scienziati, siamo consapevoli della complessità del reale e vogliamo andare oltre la percezione immediata delle analogie. C’è un problema, infatti (non ci sarebbero problemi, in realtà, se solo non fossimo scienziati!), ed è che in natura non esiste l’uguale.

Nella sua Gaia Scienza, il filosofo e filologo Friedrich Nietzsche, ci avvisa che sarebbe illogico per noi oggi seguire l’inclinazione istintiva a trattare il simile come uguale e, quasi calandosi nei panni di qualche antenato preistorico, propone un’analisi lucidissima della nascita della logica dall’illogico. Facciamo anche noi un esperimento.

Immaginiamo ad esempio di unirci ai primi esseri umani sulla Terra. Immaginiamo di addentrarci, insieme al nostro clan nomade, in una foresta e di giungere poi presso una radura. La nostra curiosità sarebbe alle stelle, letteralmente e no: creature mai viste prima, colori sgargianti e bellissimi, suoni affascinanti e misteriosi, di notte la luna incredibilmente più vicina e gigantesca… all’improvviso, un oggetto imprecisato attira l’attenzione poco più avanti. “Fermi tutti! Un serpente! È velenoso!”, grida istintivamente e immediatamente il leader del gruppo, decisamente il più scaltro tra tutti! Il suo seguito si affida senza obiettare alla sua saggezza pratica: è un serpente, è “chiaro e distinto”. Scappiamo! Tra tutti, però, eccoci là, noi scienziati, scettici, fabbricanti di dubbi, consapevoli della complessità. Invece di fuggire, ci soffermiamo a osservare l’entità misteriosa, col desiderio imperioso d’analisi e conoscenza. “Sarà davvero un serpente o trattasi di un’innocua biscia? O magari un semplice verme oppure addirittura un ramo!”. La nostra avventura nel tempo si ferma qui: era un serpente. D’altronde, ci aveva avvisato la nostra mamma sapiens: “impara a semplificare, come fanno tutti gli altri!” Invece no, noi testardi problematizziamo, perché è illogico pensare che se qualcosa somiglia a un serpente, allora è un serpente! Il problema, però, è che, se lo crediamo, la nostra vita ha molte più probabilità di conservarsi.

Come abbiamo sperimentato sulla nostra pelle durante questa gita “fuori porta”, adattarsi all’ambiente è compito non da poco per i singoli esseri umani, che solo in parte sono accompagnati nel loro cammino dalle istruzioni che la specie ha scritto nel loro corredo genetico. Al di là di qualche indicazione basilare e costitutiva, infatti, la genetica lascia a ogni organismo un certo margine di personalizzazione e iniziativa. E così ogni individuo si trova gettato, come ci dice Martin Heidegger (cfr. Essere e tempo, 1927), in un mondo senza un senso precostituito, persino minaccioso, tutto da scoprire e da subire prima ancora che da agire. Un mondo completamente da interpretare. In parte vincolato dalle radici della genetica, egli è chiamato però anche a pro-gettarsi, a vivere la propria vita, in modo originale e autentico, nella consapevolezza della morte.

Tale processo dinamico, che intreccia necessità biologiche e reazioni più o meno libere a stimoli percettivi subiti e rielaborati, si configura per ogni essere umano come un’identità, esperita e vissuta da ognuno come il proprio “io”, anche se, sempre seguendo Heidegger, il nostro essere non è mai semplicemente un “io” ma sempre un “io nel mondo”, immerso in relazioni indissolubilmente legate all’io. Proprio nell’interazione tra l’io e gli altri, la vita è percepita propriamente come un’esperienza esistenziale eccedente rispetto alla mera sopravvivenza.

Essere gettati nel mondo – in un mondo da interpretare – ha condotto nel corso dei millenni l’essere umano anche all’interpretazione scientifica del mondo. Restano tuttavia indirizzate alla mera sopravvivenza molte delle facoltà cognitive umane, innate o apprese, che favoriscono l’adattamento all’ambiente. In tale contesto, un approccio conoscitivo che riconosca immediate analogie e agisca in relazione a quelle (somiglia a un serpente  è un serpente  fuga) è meno realistico e oggettivo e tuttavia, come detto, risulta più funzionale alla sopravvivenza rispetto a modalità ermeneutiche e di osservazione che notano le differenze, che approfondiscono l’analisi dei fenomeni, che pongono quesiti e riflessioni senza fermarsi alla mera percezione analogica istintiva. In altre parole, la conoscenza verosimile della realtà richiede decostruzione, analisi relativistiche e quantistiche ed è la modalità scelta dagli scienziati.

Rinunciare a semplificare e unificare il reale, per scandagliarlo nel modo più oggettivo possibile, riconoscendone la discontinuità, è sicuramente l’atteggiamento più scientifico che si possa tenere. Ma è anche quello meno adattativo. L’adattamento richiede una (ana)logica funzionale solo alle esigenze della specie.

Viviamo dunque con due approcci in un corpo solo. E molte volte uno dei due approcci sembra escludere l’altro, tanto che non è strano, per un ricercatore, trovarsi di fronte al bivio esistenziale: fare esperienza o fare esperimenti? Tuffarsi o elaborare una teoria delle traiettorie? vivere la vita o conoscere la vita?

Per questo motivo, il destino degli scienziati, siano essi sperimentali o teorici, è quello di vagare per il mondo come dis-adattati che, da amanti folli dei voli spericolati della conoscenza, sono le prede più facili di una realtà insidiosa e – qui forse risiede la vera tragedia! – inconoscibile nella sua totalità.