Coffee Brain – Come Socrate e Teeteto

  1. Scienza e sapienza sono la stessa cosa? 

«SIMPLICIO: Convien dunque dire, o che l’oracolo, o l’istesso Socrate, fusse bugiardo, predicandolo quello per sapientissimo, e dicendo questo di conoscersi ignorantissimo. SALVIATI: Non ne séguita né l’uno né l’altro, essendo che amendue i pronunziati posson esser veri. Giudica l’oracolo sapientissimo Socrate sopra gli altri uomini, la sapienza de i quali è limitata […]. l’intendere si può pigliare in due modi, cioè intensive o vero extensive: e che extensive, cioè quanto alla moltitudine degli

intelligibili, che sono infiniti, l’intender umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all’infinità è come un zero; ma pigliano l’intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcuna proposizione, dico che l’intelletto umano ne intende alcune così perfettamente, e ne ha così assoluta certezza, quanto se n’abbia l’istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l’aritmetica, delle quali l’intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di più, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall’intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva, poiché arriva a comprendere la necessità, sopra la quale non par che possa esser sicurezza maggiore» (G. Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, pp. 320-322).

  1. Scienza è percezione? 

«Usando le parole di Hippolyte Taine, filosofo francese dell’Ottocento, possiamo dire che “la percezione esterna è un sogno interno che riesce a essere in armonia con le cose esterne. Invece di chiamare ‘allucinazione’ una percezione falsa, dovremmo chiamare la percezione esterna ‘una allucinazione confermata’”. La scienza in fondo è solo un’estensione del modo in cui vediamo: cerchiamo discrepanze fra quanto ci aspettiamo e quanto riusciamo a raccogliere dal mondo. Abbiamo visioni del mondo e, se non funzionano, proviamo a cambiarle. L’intero sapere umano si è costruito così. La visione avviene nel cervello di ciascuno di noi, in frazioni di secondo. La crescita della conoscenza avviene molto più lentamente, nel serrato dialogo dell’intera umanità, in anni, decenni, secoli. La prima riguarda l’organizzazione individuale dell’esperienza e forma il mondo psichico; la seconda riguarda l’organizzazione sociale dell’esperienza che fonda l’ordine fisico come lo descrive la scienza» (C. Rovelli, Helgoland, pp. 191-192).

  1. Che rapporto c’è tra le cose e il loro nome? 

«3.144 Le situazioni si possono descrivere, non denominare (I nomi somigliano a punti; le proposizioni, a frecce: esse hanno senso). 3.2 Nella proposizione il pensiero può essere espresso così che agli oggetti del pensiero corrispondano elementi del segno proposizionale. 3.201 Questi elementi io li chiamo “segni semplici” […]. 3.202 I segni semplici impiegati nella proposizione si chiamano nomi. 3.203 Il nome significa l’oggetto. L’oggetto è il suo significato […]. 3.22 Il nome è il rappresentante, nella proposizione, dell’oggetto. 3.221 Gli oggetti io li posso solo nominare. I segni ne sono rappresentanti. Io posso solo dirne, non dirli. Una proposizione può dire solo come una cosa è, non che cosa essa è» (L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni, pp. 34-35).

  1. Avere opinioni su cose che non esistono è avere opinioni false? 

«The kinds of things that people create through this network of stories are known in academic circles as “fictions”, “social constructs” or “imagined realities”. An imagined reality is not a lie. I lie when I say that there is a lion near the river when I know perfectly well that there is no lion there. there is nothing special about lies. Green monkeys and chimpanzees can lie. A green monkey, for example, has been observed calling “Careful! A lion!” when there was no lion around. This alarm conveniently frightened away a fellow monkey who had just found a banana, leaving the liar all alone to steal the prize for itself» (Y.N. Harari, Sapiens. A Breaf History of Humankind, p. 35).

  1. Avere scienza è avere opinioni vere? 

«Come potrai facilmente verificare misurandoli con un righello, i due segmenti orizzontali sono in realtà della stessa lunghezza. Ora che hai misurato le linee, tu, ovvero il tuo sistema 2, l’essere conscio che chiami “io”, hai una nuova credenza: sai che sono della stessa lunghezza. Se ti si chiede quanto sono lunghe, dirai quello che sai; eppure continuerai a vedere il segmento inferiore come più lungo. Hai scelto di credere alla misurazione, ma non puoi impedire al sistema 1 di are quello che fa di norma; non puoi decidere di vedere i segmenti come ugual, anche se sai che lo sono. Per combattere l’illusione di Müller-Lyer, sebbene continuerai a vedere un segmento più lungo dell’altro» (D. Kahneman, Pensieri lenti e veloci, p. 34).

  1. Scienza è spiegazione? 

Architetti di senso

Non è la realtà / Che dice il suo senso / È il nostro dire / Che fabbrica un senso / A(l) caso (F. Petetta, Tempi in allerta, p. 67).

Bibliografia

  • G. Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, BUR Rizzoli, Milano 2020
  • Y.N. Harari, Sapiens. A Breaf History of Humankind, Vintage, London 2015
  • D. Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori, Milano 2018
  • F. Petetta, Tempi in allerta, AttraVerso, Viterbo 2021.
  • Platone, Teeteto (o Sulla Scienza), Feltrinelli, Milano 2009
  • C. Rovelli, Helgoland, Adelphi, Milano 2020
  • L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2009

Il ricercatore è un dis-adattato: di come la conoscenza ostacoli l’adattamento

Grazie alla capacità che permette di riconoscere semplici similitudini e uguaglianze tra oggetti e fenomeni, la specie umana ha avuto più possibilità di adattamento.

Oggi però storciamo il naso: noi, specie se scienziati, siamo consapevoli della complessità del reale e vogliamo andare oltre la percezione immediata delle analogie. C’è un problema, infatti (non ci sarebbero problemi, in realtà, se solo non fossimo scienziati!), ed è che in natura non esiste l’uguale.

Nella sua Gaia Scienza, il filosofo e filologo Friedrich Nietzsche, ci avvisa che sarebbe illogico per noi oggi seguire l’inclinazione istintiva a trattare il simile come uguale e, quasi calandosi nei panni di qualche antenato preistorico, propone un’analisi lucidissima della nascita della logica dall’illogico. Facciamo anche noi un esperimento.

Immaginiamo ad esempio di unirci ai primi esseri umani sulla Terra. Immaginiamo di addentrarci, insieme al nostro clan nomade, in una foresta e di giungere poi presso una radura. La nostra curiosità sarebbe alle stelle, letteralmente e no: creature mai viste prima, colori sgargianti e bellissimi, suoni affascinanti e misteriosi, di notte la luna incredibilmente più vicina e gigantesca… all’improvviso, un oggetto imprecisato attira l’attenzione poco più avanti. “Fermi tutti! Un serpente! È velenoso!”, grida istintivamente e immediatamente il leader del gruppo, decisamente il più scaltro tra tutti! Il suo seguito si affida senza obiettare alla sua saggezza pratica: è un serpente, è “chiaro e distinto”. Scappiamo! Tra tutti, però, eccoci là, noi scienziati, scettici, fabbricanti di dubbi, consapevoli della complessità. Invece di fuggire, ci soffermiamo a osservare l’entità misteriosa, col desiderio imperioso d’analisi e conoscenza. “Sarà davvero un serpente o trattasi di un’innocua biscia? O magari un semplice verme oppure addirittura un ramo!”. La nostra avventura nel tempo si ferma qui: era un serpente. D’altronde, ci aveva avvisato la nostra mamma sapiens: “impara a semplificare, come fanno tutti gli altri!” Invece no, noi testardi problematizziamo, perché è illogico pensare che se qualcosa somiglia a un serpente, allora è un serpente! Il problema, però, è che, se lo crediamo, la nostra vita ha molte più probabilità di conservarsi.

Come abbiamo sperimentato sulla nostra pelle durante questa gita “fuori porta”, adattarsi all’ambiente è compito non da poco per i singoli esseri umani, che solo in parte sono accompagnati nel loro cammino dalle istruzioni che la specie ha scritto nel loro corredo genetico. Al di là di qualche indicazione basilare e costitutiva, infatti, la genetica lascia a ogni organismo un certo margine di personalizzazione e iniziativa. E così ogni individuo si trova gettato, come ci dice Martin Heidegger (cfr. Essere e tempo, 1927), in un mondo senza un senso precostituito, persino minaccioso, tutto da scoprire e da subire prima ancora che da agire. Un mondo completamente da interpretare. In parte vincolato dalle radici della genetica, egli è chiamato però anche a pro-gettarsi, a vivere la propria vita, in modo originale e autentico, nella consapevolezza della morte.

Tale processo dinamico, che intreccia necessità biologiche e reazioni più o meno libere a stimoli percettivi subiti e rielaborati, si configura per ogni essere umano come un’identità, esperita e vissuta da ognuno come il proprio “io”, anche se, sempre seguendo Heidegger, il nostro essere non è mai semplicemente un “io” ma sempre un “io nel mondo”, immerso in relazioni indissolubilmente legate all’io. Proprio nell’interazione tra l’io e gli altri, la vita è percepita propriamente come un’esperienza esistenziale eccedente rispetto alla mera sopravvivenza.

Essere gettati nel mondo – in un mondo da interpretare – ha condotto nel corso dei millenni l’essere umano anche all’interpretazione scientifica del mondo. Restano tuttavia indirizzate alla mera sopravvivenza molte delle facoltà cognitive umane, innate o apprese, che favoriscono l’adattamento all’ambiente. In tale contesto, un approccio conoscitivo che riconosca immediate analogie e agisca in relazione a quelle (somiglia a un serpente  è un serpente  fuga) è meno realistico e oggettivo e tuttavia, come detto, risulta più funzionale alla sopravvivenza rispetto a modalità ermeneutiche e di osservazione che notano le differenze, che approfondiscono l’analisi dei fenomeni, che pongono quesiti e riflessioni senza fermarsi alla mera percezione analogica istintiva. In altre parole, la conoscenza verosimile della realtà richiede decostruzione, analisi relativistiche e quantistiche ed è la modalità scelta dagli scienziati.

Rinunciare a semplificare e unificare il reale, per scandagliarlo nel modo più oggettivo possibile, riconoscendone la discontinuità, è sicuramente l’atteggiamento più scientifico che si possa tenere. Ma è anche quello meno adattativo. L’adattamento richiede una (ana)logica funzionale solo alle esigenze della specie.

Viviamo dunque con due approcci in un corpo solo. E molte volte uno dei due approcci sembra escludere l’altro, tanto che non è strano, per un ricercatore, trovarsi di fronte al bivio esistenziale: fare esperienza o fare esperimenti? Tuffarsi o elaborare una teoria delle traiettorie? vivere la vita o conoscere la vita?

Per questo motivo, il destino degli scienziati, siano essi sperimentali o teorici, è quello di vagare per il mondo come dis-adattati che, da amanti folli dei voli spericolati della conoscenza, sono le prede più facili di una realtà insidiosa e – qui forse risiede la vera tragedia! – inconoscibile nella sua totalità.